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Il Mainstream, elogio della Salvezza (e Distruzione) a Buon Mercato
Viviamo in un’epoca in cui l’ambiente mainstream, sia esso musicale o digitale, diventa un palcoscenico. Gli attori principali si ergono con fierezza, ma ecco la domanda: questi protagonisti mettono davvero la qualità al centro del proprio agire? A ben guardare, emerge una realtà paradossale. La qualità, quella vera, è spesso sacrificata in nome del consenso, del “like facile” e dell’effimera visibilità. Questo vale per la musica, dove le sonorità si piegano alle mode del momento, ma anche per l’ICT, dove il valore intrinseco dei prodotti è messo in ombra da chi strizza l’occhio alle aspettative più immediate.
Il **triangolo drammatico** di Karpman, con le sue dinamiche di Vittima, Salvatore e Persecutore, è qui illuminante. Prendiamo il **ruolo del Salvatore**: in teoria, è colui che difende la massa, protegge il gusto popolare dalle deviazioni e si erge a redentore. Nella pratica? Il Salvatore, purtroppo, è anche colui che con il pretesto della “salvezza” distrugge l’autenticità, spegne le voci fuori dal coro e si preoccupa più di “accontentare” che di “elevare”. Così, nella musica come nella tecnologia, le scelte di compromesso abbondano, e chi davvero cerca di spingere oltre la qualità finisce relegato ai margini, in una dimensione quasi eremitica. Paradossalmente, il “vero” Salvatore potrebbe essere proprio colui che non si preoccupa di salvarci affatto, ma che lavora in silenzio per migliorare.
Immaginiamo il mainstream come una sorta di tempio dell’ovvio, dove chi prova a costruire con cura una struttura ben fondata si ritrova con in mano i mattoni, mentre il vero interesse è sul tetto di paglia e carta. Ecco l’effetto psicologico: l’auto-nominato “Salvatore” alimenta una narrazione in cui la massa è debole, e ha bisogno di essere salvata. Così, in realtà, l’ICT e la musica si piegano a una logica di **perfezionamento apparente**, dove i prodotti sono ottimizzati per il consumo e non per l’essenza, diventando specchi per allodole, gradevoli alla vista, ma privi di sostanza.
Questo mi riporta al concetto di opposti: da un lato, chi vuole costruire senza clamore, con la pazienza del buon artigiano, e dall’altro, chi ha la missione di “salvare” non la qualità, ma la visibilità. I primi si sacrificano in nome di una qualità spesso impercettibile ai più, ma che innalza il livello e arricchisce chi è disposto a guardare in profondità. I secondi, con il martello in mano e un sorriso sicuro, smantellano un pezzo alla volta il vero valore, in nome di un consenso di breve durata.
Alla fine, il mainstream diventa l’**illustre Persecutore** che si nasconde dietro la maschera del Salvatore, sventolando uno striscione di “innovazione” o di “evoluzione” mentre in realtà riduce le cose al minimo comune denominatore. E noi? Forse la salvezza sta nel non voler essere salvati.